La Leggenda di Aleramo

Una delle iniziative piu' importanti della Associazione Aleramica è quello di sensibilizzare a livello culturale l'opinione pubblica.
A tale scopo promuove la rievocazione storica della leggenda di Aleramo : Primo marchese del Monferrato.
Il corteo storico composto da soci della associazione infatti si compone di dame, cavalieri, ma anche della figura di Aleramo e della sua sposa Alasia.
Vi interessa sapere chi erano questi due personaggi? Bene leggete la loro leggenda :

 

Stemma Araldico degli Aleramici

Tra mito e leggenda ...

Giosue' Carducci che fu uno dei piu' convinti estimatori della storia e delle leggende degli Aleramici, e che scrisse <<Io darei molti volumi di poesia stampata per sapere qual campo coltivato ricuopre oggi della sua verzicante sementa il luogo del castello, ove il marchese Bonifacio , nel maestoso vigore de' suoi cinquant'anni, con a lato il figlio marchese e d'intorno le figliule contesse, riceve' l'ambasciata,sovrastando egli, quasi gigante, di tutta la cervice, gli astanti >> , raccolse in un documento volume la leggenda di Aleramo, il capostipite dei Marchesi del Monferrato.

Accanto alle altre supposizioni sulla etimologia del nome Monferrato(chi vuole che il nome sia derivato da Mons ferax, a significare la fecondita' del terreno e l'opulenza delle coltivazioni monferrine) va ricordata quella , la piu' poetica, che la fantasia popolare ha preso dalla leggenda e ne ha fatto oggetto di racconto nelle invernali veglie accanto al fuoco del caminetto o nelle stalle,mentre i bimbi giocano o si danno in braccio a Morfeo , le donne agucchiano e gli uomini discorrono di campi, di animali , di amici e di leggende perdute nel tempo.

La mente semplice del popolo ha respinto la spiegazione etimologica del nome Monferrato per accogliere quella che la leggenda(propalata dal cronista acquese Jacopo dei Bellingeri, detto piu’ comunemente Jacopo d’Acqui) offre col fascino segreto dell’epoca lontana in cui re e cavalieri, dame e principesse vivevano in un clima di ridente poesia e di gloriosi eroismi. Un’epoca perduta per sempre nel regno perenne della fantasia.

Per questo ci piace, con il popolo del nostro Monferrato, scorgere nella leggenda di Aleramo l’inizio della storia e della vita della nostra bella regione.

In una prosa che ha la cadenza del racconto paesano, la leggenda prende le mosse di lontano, niente di meno che dalla Germania. Dai pallidi cieli sassoni la vicenda giunge a portare i suoi protagonisti sulle nostre solatie contrade , per poi concludersi , nello sfrenato galoppo di conquista territoriale, sull’ondulato gregge dei colli monferrini.

<<Fu in gentiluomo di Sassonia ,chi dice un marchese e chi propriamente un duca discendente da Vitichindo, e alcuno lo chiama Aleprando, il quale non avendo ancora figlioli dalla donna che gli era stata data compagna cosi’ di costumi come di nobilta’,fece voto, se Dio gli concedesse grazia di prole, andar in pellegrinaggio, chi dice a Roma , e chi a San Giacomo di Galizia, lui e la donna.

<< Ottenuta la grazia ,il signore con la moglie incinta si misero in cammino; cio’ fu, secondo fra Jacopo d’Acqui, nell’anno 904. E cavalcando con bella e onorevole compagna arrivando nella contea e diocesi di Acqui ove tra la Bormida e l’Orba presso a confluire nel Po sta Sezze’, luogo d’antico nome eromano (Sexsadium), nel quale Liutprando re dei Longobardi aveva fondato nel 772 la chiesa si Santa Giustina; allora nobile e buon castello tenuto da nobili uomini, che avevano dominio all’intorno. Qui la donna , non potendo, grossa com’era durare piu’ oltre l’ambascia del lungo cammino ,si fermo, e sovrappresa dalle doglie partori’ un figliuol maschio bellissimo ,a cui i signori del luogo tenendolo a battesimo misero nome ALERAMO, con dire al padre – Dio nel tuo pellegrinaggio ti ha dato tale allegrezza -;pero’ che nel volgar piemontese antico "Aler" suona "Allegro".

<< Passato che fu un mese i due genitori pensarono di proseguire il pellegrinaggio a soddisfazione del voto, e lasciarono il figlioletto con una balia di sua lingua raccomandato ai signori del luogo per riprenderlo poi nel ritorno.E andarono, e adorarono le spoglie degli apostoli di Roma o in Campostella ; ma nel ritorno , malignita’ di natura o reita’ d’uomini che fosse vennero a morte. E nessuno ricerco’ piu’ del fanciullo , e anche la balia sassone indi a tre anni mori’.Ma tanta era la graziosa avvenenza di lui e tale in tutti la pieta’ del nobil sangue e del caso, che il comune di Sezze’ lo volle allevare del suo e i signori del castello lo ebbero in luogo di figlio; e, quando tocco’ i quindici anni, alcun di loro lo corredo’ suo scudiero.

Non mai natura aveva formato creatura piu’ bella, ne che meglio in vista manifestasse l’alto linguaggio e allevato con buoni insegnamenti ed esempi egli cresceva anche egregio di virtu’ e costumi.

<< Allora avvenne che l’imperatore Ottone(mettiamo il I, ma Jacopo d’Acqui dice il VI e Galvano Fiamma il III) passo’ di Alemagna in Lombardia dove alcune citta’ gli si erano ribellate;e fece grandissimo sforzo intorno a Brescia, la quale ,nota il frate d’Acqui ,fu spesso molesta agli imperatori. E mando’ bando per tutta l’Italia che i fedeli venissero all’oste. Va Aleramo il bello scudiere, bellamente arredato, per il costume di Sezze’;e fu nel cospetto dell’imperatore, rappresentandogli l’omaggio dei signori e del castello e della villa.

Molto piacque ad Ottone, che lo dimando’ onde fosse. Tedesco di sangue – rispose Aleramo – ma di nazione e di educazione lombardo. E quando l’imperatore ebbe inteso del fatto suo , tanto piu’ gli pose amore e senti’ pieta’ di lui che si nobile e di tanto lignaggio rosse rimasto cosi’ senza padre, senza madre,senza fedeli , solo al mondo; e lo fece cavaliere di sua famiglia, e volle che gli servisse deila coppa a mensa. Il valletto che bello e piacente era, andava per il palagio dell’imperatore, passando spesso dinnanzi alle dame e damigelle, che attentamente lo riguardavano e molto lo lodavano di bellezza e cortesia e molto lo desideravano avere per amico. L’imperatore aveva di sua moglie che si chiamava Lombarda, una figliuola, a nome Alasia, la piu’ vaga damigella che si trovasse al mondo. Ora la pulzella non poteva saziarsi di guardare il donzello, e gli faceva molto dei sembianti.Ben se ne accorse Aleramo, ma molto gl’increbbe per l’amore del signor suo, al quale non voleva fallire.

Ma la damigella pur gli faceva assai festa, tanto che al fine non sapeva Aleramo che fare ne’ che dire; pero’ che amore e bellezza da un parte lo infiammavano tutto, e fede e conoscenza dall’altra lo ritraevano d’amare.

<< La fanciulla, quando si vide a tale condotta che non faceva piu’ che languire, disse al valletto : "Io non potro’ piu’ vivere , se voi non mi menate in qualche parte ove noi siamo senza pericolo, pero’ ch’io non posso senza voi piu’ durare". Come il donzello la intese, esclamo’ : "Che e’ quel che dite, dolce signora? Gia’ non potremo noi andare in nessuna parte che non siamo di subito tagliati a pezzi e morti. Della morte mia a me non importerebbe; ma non soffra Iddio che la vostra persona abbia si’ fatta pena". Tuttavia la fanciulla tanto seppe dire e fare, che Aleramo, disperando per una parte che l’imperatore si contentasse mai del loro amore, e dubitando per un’altra che durando ancora la cosa non si potesse piu’ oltre celare, una notte meno’ via la fanciulla.

<< E si vestirono per non essere riconosciuti, di abiti strani, e diversi; e su due cavalli , uno bianco e uno rosso fuggirono per foreste e per luoghi selvaggi. Alcuna volta si imbatterono nelle genti che l’imperatore aveva mandato a inseguirli; e quelli gli domandavano se sapessero novella d’un cavaliere di tali fattezze e in tale abito che menava con se’ una damigella: di che potete credere qual sincerita’ essi prendessero. Allora Aleramo si ricordo’ del dolce paese ove era nato e dell’aspra montagna ove garzonetto andava alla caccia con i suoi signori di Sezze’, detta Pietra Ardena ed ivi se ne ando’ conducendo seco la compagna. Quando Aleramo fu sull’alta montagna, non v’era che mangiare e bere all’infuori dell’acqua chiara; non si domandi la pieta’ ch’egli ebbe della sua damigella, che piangeva di fame. E , cercando, se ne ando’ sulla piu’ alta cima, per meglio vedere all’intorno : vide un fumo, e penso’ che la’ fosse gente, e s’avvio , e trovo’ due carbonai, e li prego’ gli dessero del pane e gli aiuterebbe a fare carbone. Quelli che di aiuto avean bisogno, gli diedero del pane e di cio’ che avevano. Aleramo, detto a quei due che di presente ritornerebbe, ando’ alla sua amica; e lei, usa nutricarsi delle miglior vivande, die’ di quel grosso pane a mangiare, e intanto studiava di confortarla come poteva meglio.

E costrui’ su quei greppi, di vecchi tronchi e di arbusti, una capanna per lei e per se’. E poi imparo’ a fare il carbone, e si accompagno’ ad altri carbonai; e lo portava a vendere alla citta’ di Albenga; e ne comperava oro e seta ed altre cose necessarie alla sua amica per lavorare di ricamo, di che ella sapeva bene aiutarsi. Ella faceva di cotali piccole borse e altre cosette, che il marito vendeva alla citta’. E in poco di tempo non stentarono piu’, anzi vivevano secondo il nuovo stato a tutt’agio, e avevano obliato i piaceri e le delizie de’bei vestimenti e ogni altra cosa bella che avesser mai avuto, e si erano vestiti della foggia che appartiene a’ carbonai. E cosi’ standosene contenti della povera vita e del ricco amore ebbero piu’ figlioli: chi dice quattro e chi dice sette.

<< Aleramo, in questo mezzo, vendendo un giorno e poi l’altro del suo carbone al cuoco del vescovo di Albenga ,prese familiarita’ con lui. E quando il figlio suo maggiore du su’ dodici anni, e il padre comincio’ menarlo a citta’ e alla corte del vescovo, il giovinetto, che era di bellissimo aspetto e somigliante all’imperatore Ottone, tanto s’avanzo’ nella grazia del vescovo che questi lo fece suo scudiere.

<< Avvenne intanto che i bresciani ribellarono di nuovo all’imperatore e l’imperatore mando’ il bando per far l’esercito contro Brescia. Il vescovo di Albenga, come vassallo dell’impero, si dispose di andare. E il cuoco del vescovo chiama Aleramo, e gli dice se vuole andare seco all’esercito: "Starai con me in cucina e mi aiuterai".Aleramo va co ‘l cuoco , e suo figlio Ottone va co’l vescovo come scudiere. Il cuoco aveva un gagliardo e buon cavallo; e cosi’ per trastullo volle avere sue armi e un’insegna, dove erano gli arnesi di cucina, paoli,padelle e catene al fuoco, tutte nere in campo bianco.

Stando cosi’,l’esercito intorno a Brescia, quelli dentro la citta’ presero tanto d’ardire che un giorno vennero sino al padiglione dell’imperatore, e lo volsero in fuga co’suoi baroni per ben cinque miglia. Il che vedendo Aleramo e dolente dalla vergogna dell’imperatore, salto su’l cavallo del cuoco e prese le armi e la bandiera del cuoco, e co’l suo figliuolo Ottone, che allora aveva sedici anni e cavalcava assai bene e teneva la bandiera, batte’ e ricaccio’ i bresciani sin dentro la porta. Di che tutti meravigliarono , e fu per l’esercito un gran favellare del milite dalle insegne del cuoco che aveva battuto i bresciani e che nessuno conosceva. Il giorno di poi, i bresciani tornarono alla sortita, e presero un nipote dell’imperatore, che molto era buon cavaliere e lo tirarono fuori dalla mischia per menarlo nella citta’. Quando Aleramo cio’ intese ammoni’ i compagni suoi di ben fare, e feri’ dentro la folla; e il nipote dell’imperatore fu riscosso e i nemici ricacciati a forza dentro le mura. Allora siche crebbe per l’esercito il rumore di questo cavaliere; e l’imperatore vuol sapere chi sia e, nessuno lo sa, se non che il vescovo di Albenga ode ch’egli e il guattero del cuoco suo,che era anche detto il carbonaio. L’imperatore lo voleva vedere, e il vescovo mando’ per lui.

Aleramo era nella cucina con gli altri sguatteri e disse di non essere degno di andare innanzi l’imperatore; che troppo era unto e nero della cucina, e ,se piu’ glie ne parlassero , si fuggirebbe; pero’ che,diceva, si facevan beffe di lui; che un carbonaio non deve andare nella presenza di tale e tanto principe. Anche una giostra ci fu, sollazzo edll’imperatore e dell’imperatrice; e anche nella giostra il travestito Aleramo fece gran fatti d’arme e cavalleria. Allora alla fine il vescovo di Albenga, avutolo a se’, gli domando’ strettamente chi egli fosse; e Aleramo manifesto’ al vescovo l’esser suo , e il vescovo sotto secreto all’imperatore.

<< L’imperatore ,placato,riceve’ in grazia e con grandissima tenerezza raccolse la figliola, il genero e i nipoti; ai quali tutti die’ il cingolo della cavalleria, e consegno’ il vessillo della milizia con la balzana di color rosso e bianco, che dovesse esser segno del valore e della fede di tutti gli eredi del seme di Aleramo. E fu grandissima festa per molti giorni nella corte dell’Imperatore e in tutto l’esercito pe’ i campi della citta’ di Brescia.

<< Vinta Brescia, l’Imperatore, venuto ad una delle piu’ vecchie citta’ dell’impero, Ravenna, ivi conferi’ la dignita’ di marchese ad Aleramo e a tutti i suoi :cio’ fu al 21 Marzo del 967. E gli concesse che fosse suo quanto egli in tre giorni potesse correre a cavallo di quella terra montuosa che e’ il Piemonte. Ed egli montando in tre giorni tre cavalli velocissimi, e cavalcando sempre di forza di’ e notte percorse tutte le contrade intorno a dove poi fu’ Alessandria, intorno a Savona , a Saluzzo, al Monferrato. Al secondo giorno cavalco’ tanto di forza che il cavallo gli stramazzo’ sotto presso un luogo detto Arenorio sur un monte che ancora al tempo del narratore della leggenda si chiama Cavallo Morto. Si favoleggia anche come Aleramo volle prima della gran corsa ferrare il cavallo; e che non trovando gli strumenti a cio’, adopero’ un mattone, che nel volgare del Monferrato e’ detto "Mun"; e cosi’ il cavallo fu ferrato "Frrha", onde il nome "Munfrrha" da cui Monferrato >>