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La
Leggenda di Aleramo
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Una
delle iniziative piu' importanti della Associazione Aleramica
è quello di sensibilizzare a livello culturale l'opinione
pubblica.
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Stemma Araldico degli Aleramici
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Tra
mito e leggenda ... Accanto alle altre supposizioni sulla etimologia del nome Monferrato(chi vuole che il nome sia derivato da Mons ferax, a significare la fecondita' del terreno e l'opulenza delle coltivazioni monferrine) va ricordata quella , la piu' poetica, che la fantasia popolare ha preso dalla leggenda e ne ha fatto oggetto di racconto nelle invernali veglie accanto al fuoco del caminetto o nelle stalle,mentre i bimbi giocano o si danno in braccio a Morfeo , le donne agucchiano e gli uomini discorrono di campi, di animali , di amici e di leggende perdute nel tempo. La mente semplice del popolo ha respinto la spiegazione etimologica del nome Monferrato per accogliere quella che la leggenda(propalata dal cronista acquese Jacopo dei Bellingeri, detto piu comunemente Jacopo dAcqui) offre col fascino segreto dellepoca lontana in cui re e cavalieri, dame e principesse vivevano in un clima di ridente poesia e di gloriosi eroismi. Unepoca perduta per sempre nel regno perenne della fantasia. Per questo ci piace, con il popolo del nostro Monferrato, scorgere nella leggenda di Aleramo linizio della storia e della vita della nostra bella regione. In una prosa che ha la cadenza del racconto paesano, la leggenda prende le mosse di lontano, niente di meno che dalla Germania. Dai pallidi cieli sassoni la vicenda giunge a portare i suoi protagonisti sulle nostre solatie contrade , per poi concludersi , nello sfrenato galoppo di conquista territoriale, sullondulato gregge dei colli monferrini. <<Fu in gentiluomo di Sassonia ,chi dice un marchese e chi propriamente un duca discendente da Vitichindo, e alcuno lo chiama Aleprando, il quale non avendo ancora figlioli dalla donna che gli era stata data compagna cosi di costumi come di nobilta,fece voto, se Dio gli concedesse grazia di prole, andar in pellegrinaggio, chi dice a Roma , e chi a San Giacomo di Galizia, lui e la donna. << Ottenuta la grazia ,il signore con la moglie incinta si misero in cammino; cio fu, secondo fra Jacopo dAcqui, nellanno 904. E cavalcando con bella e onorevole compagna arrivando nella contea e diocesi di Acqui ove tra la Bormida e lOrba presso a confluire nel Po sta Sezze, luogo dantico nome eromano (Sexsadium), nel quale Liutprando re dei Longobardi aveva fondato nel 772 la chiesa si Santa Giustina; allora nobile e buon castello tenuto da nobili uomini, che avevano dominio allintorno. Qui la donna , non potendo, grossa comera durare piu oltre lambascia del lungo cammino ,si fermo, e sovrappresa dalle doglie partori un figliuol maschio bellissimo ,a cui i signori del luogo tenendolo a battesimo misero nome ALERAMO, con dire al padre Dio nel tuo pellegrinaggio ti ha dato tale allegrezza -;pero che nel volgar piemontese antico "Aler" suona "Allegro". << Passato che fu un mese i due genitori pensarono di proseguire il pellegrinaggio a soddisfazione del voto, e lasciarono il figlioletto con una balia di sua lingua raccomandato ai signori del luogo per riprenderlo poi nel ritorno.E andarono, e adorarono le spoglie degli apostoli di Roma o in Campostella ; ma nel ritorno , malignita di natura o reita duomini che fosse vennero a morte. E nessuno ricerco piu del fanciullo , e anche la balia sassone indi a tre anni mori.Ma tanta era la graziosa avvenenza di lui e tale in tutti la pieta del nobil sangue e del caso, che il comune di Sezze lo volle allevare del suo e i signori del castello lo ebbero in luogo di figlio; e, quando tocco i quindici anni, alcun di loro lo corredo suo scudiero. Non mai natura aveva formato creatura piu bella, ne che meglio in vista manifestasse lalto linguaggio e allevato con buoni insegnamenti ed esempi egli cresceva anche egregio di virtu e costumi. << Allora avvenne che limperatore Ottone(mettiamo il I, ma Jacopo dAcqui dice il VI e Galvano Fiamma il III) passo di Alemagna in Lombardia dove alcune citta gli si erano ribellate;e fece grandissimo sforzo intorno a Brescia, la quale ,nota il frate dAcqui ,fu spesso molesta agli imperatori. E mando bando per tutta lItalia che i fedeli venissero alloste. Va Aleramo il bello scudiere, bellamente arredato, per il costume di Sezze;e fu nel cospetto dellimperatore, rappresentandogli lomaggio dei signori e del castello e della villa. Molto piacque ad Ottone, che lo dimando onde fosse. Tedesco di sangue rispose Aleramo ma di nazione e di educazione lombardo. E quando limperatore ebbe inteso del fatto suo , tanto piu gli pose amore e senti pieta di lui che si nobile e di tanto lignaggio rosse rimasto cosi senza padre, senza madre,senza fedeli , solo al mondo; e lo fece cavaliere di sua famiglia, e volle che gli servisse deila coppa a mensa. Il valletto che bello e piacente era, andava per il palagio dellimperatore, passando spesso dinnanzi alle dame e damigelle, che attentamente lo riguardavano e molto lo lodavano di bellezza e cortesia e molto lo desideravano avere per amico. Limperatore aveva di sua moglie che si chiamava Lombarda, una figliuola, a nome Alasia, la piu vaga damigella che si trovasse al mondo. Ora la pulzella non poteva saziarsi di guardare il donzello, e gli faceva molto dei sembianti.Ben se ne accorse Aleramo, ma molto glincrebbe per lamore del signor suo, al quale non voleva fallire. Ma la damigella pur gli faceva assai festa, tanto che al fine non sapeva Aleramo che fare ne che dire; pero che amore e bellezza da un parte lo infiammavano tutto, e fede e conoscenza dallaltra lo ritraevano damare. << La fanciulla, quando si vide a tale condotta che non faceva piu che languire, disse al valletto : "Io non potro piu vivere , se voi non mi menate in qualche parte ove noi siamo senza pericolo, pero chio non posso senza voi piu durare". Come il donzello la intese, esclamo : "Che e quel che dite, dolce signora? Gia non potremo noi andare in nessuna parte che non siamo di subito tagliati a pezzi e morti. Della morte mia a me non importerebbe; ma non soffra Iddio che la vostra persona abbia si fatta pena". Tuttavia la fanciulla tanto seppe dire e fare, che Aleramo, disperando per una parte che limperatore si contentasse mai del loro amore, e dubitando per unaltra che durando ancora la cosa non si potesse piu oltre celare, una notte meno via la fanciulla. << E si vestirono per non essere riconosciuti, di abiti strani, e diversi; e su due cavalli , uno bianco e uno rosso fuggirono per foreste e per luoghi selvaggi. Alcuna volta si imbatterono nelle genti che limperatore aveva mandato a inseguirli; e quelli gli domandavano se sapessero novella dun cavaliere di tali fattezze e in tale abito che menava con se una damigella: di che potete credere qual sincerita essi prendessero. Allora Aleramo si ricordo del dolce paese ove era nato e dellaspra montagna ove garzonetto andava alla caccia con i suoi signori di Sezze, detta Pietra Ardena ed ivi se ne ando conducendo seco la compagna. Quando Aleramo fu sullalta montagna, non vera che mangiare e bere allinfuori dellacqua chiara; non si domandi la pieta chegli ebbe della sua damigella, che piangeva di fame. E , cercando, se ne ando sulla piu alta cima, per meglio vedere allintorno : vide un fumo, e penso che la fosse gente, e savvio , e trovo due carbonai, e li prego gli dessero del pane e gli aiuterebbe a fare carbone. Quelli che di aiuto avean bisogno, gli diedero del pane e di cio che avevano. Aleramo, detto a quei due che di presente ritornerebbe, ando alla sua amica; e lei, usa nutricarsi delle miglior vivande, die di quel grosso pane a mangiare, e intanto studiava di confortarla come poteva meglio. E costrui su quei greppi, di vecchi tronchi e di arbusti, una capanna per lei e per se. E poi imparo a fare il carbone, e si accompagno ad altri carbonai; e lo portava a vendere alla citta di Albenga; e ne comperava oro e seta ed altre cose necessarie alla sua amica per lavorare di ricamo, di che ella sapeva bene aiutarsi. Ella faceva di cotali piccole borse e altre cosette, che il marito vendeva alla citta. E in poco di tempo non stentarono piu, anzi vivevano secondo il nuovo stato a tuttagio, e avevano obliato i piaceri e le delizie debei vestimenti e ogni altra cosa bella che avesser mai avuto, e si erano vestiti della foggia che appartiene a carbonai. E cosi standosene contenti della povera vita e del ricco amore ebbero piu figlioli: chi dice quattro e chi dice sette. << Aleramo, in questo mezzo, vendendo un giorno e poi laltro del suo carbone al cuoco del vescovo di Albenga ,prese familiarita con lui. E quando il figlio suo maggiore du su dodici anni, e il padre comincio menarlo a citta e alla corte del vescovo, il giovinetto, che era di bellissimo aspetto e somigliante allimperatore Ottone, tanto savanzo nella grazia del vescovo che questi lo fece suo scudiere. << Avvenne intanto che i bresciani ribellarono di nuovo allimperatore e limperatore mando il bando per far lesercito contro Brescia. Il vescovo di Albenga, come vassallo dellimpero, si dispose di andare. E il cuoco del vescovo chiama Aleramo, e gli dice se vuole andare seco allesercito: "Starai con me in cucina e mi aiuterai".Aleramo va co l cuoco , e suo figlio Ottone va col vescovo come scudiere. Il cuoco aveva un gagliardo e buon cavallo; e cosi per trastullo volle avere sue armi e uninsegna, dove erano gli arnesi di cucina, paoli,padelle e catene al fuoco, tutte nere in campo bianco. Stando cosi,lesercito intorno a Brescia, quelli dentro la citta presero tanto dardire che un giorno vennero sino al padiglione dellimperatore, e lo volsero in fuga cosuoi baroni per ben cinque miglia. Il che vedendo Aleramo e dolente dalla vergogna dellimperatore, salto sul cavallo del cuoco e prese le armi e la bandiera del cuoco, e col suo figliuolo Ottone, che allora aveva sedici anni e cavalcava assai bene e teneva la bandiera, batte e ricaccio i bresciani sin dentro la porta. Di che tutti meravigliarono , e fu per lesercito un gran favellare del milite dalle insegne del cuoco che aveva battuto i bresciani e che nessuno conosceva. Il giorno di poi, i bresciani tornarono alla sortita, e presero un nipote dellimperatore, che molto era buon cavaliere e lo tirarono fuori dalla mischia per menarlo nella citta. Quando Aleramo cio intese ammoni i compagni suoi di ben fare, e feri dentro la folla; e il nipote dellimperatore fu riscosso e i nemici ricacciati a forza dentro le mura. Allora siche crebbe per lesercito il rumore di questo cavaliere; e limperatore vuol sapere chi sia e, nessuno lo sa, se non che il vescovo di Albenga ode chegli e il guattero del cuoco suo,che era anche detto il carbonaio. Limperatore lo voleva vedere, e il vescovo mando per lui. Aleramo era nella cucina con gli altri sguatteri e disse di non essere degno di andare innanzi limperatore; che troppo era unto e nero della cucina, e ,se piu glie ne parlassero , si fuggirebbe; pero che,diceva, si facevan beffe di lui; che un carbonaio non deve andare nella presenza di tale e tanto principe. Anche una giostra ci fu, sollazzo edllimperatore e dellimperatrice; e anche nella giostra il travestito Aleramo fece gran fatti darme e cavalleria. Allora alla fine il vescovo di Albenga, avutolo a se, gli domando strettamente chi egli fosse; e Aleramo manifesto al vescovo lesser suo , e il vescovo sotto secreto allimperatore. << Limperatore ,placato,riceve in grazia e con grandissima tenerezza raccolse la figliola, il genero e i nipoti; ai quali tutti die il cingolo della cavalleria, e consegno il vessillo della milizia con la balzana di color rosso e bianco, che dovesse esser segno del valore e della fede di tutti gli eredi del seme di Aleramo. E fu grandissima festa per molti giorni nella corte dellImperatore e in tutto lesercito pe i campi della citta di Brescia. << Vinta Brescia, lImperatore, venuto ad una delle piu vecchie citta dellimpero, Ravenna, ivi conferi la dignita di marchese ad Aleramo e a tutti i suoi :cio fu al 21 Marzo del 967. E gli concesse che fosse suo quanto egli in tre giorni potesse correre a cavallo di quella terra montuosa che e il Piemonte. Ed egli montando in tre giorni tre cavalli velocissimi, e cavalcando sempre di forza di e notte percorse tutte le contrade intorno a dove poi fu Alessandria, intorno a Savona , a Saluzzo, al Monferrato. Al secondo giorno cavalco tanto di forza che il cavallo gli stramazzo sotto presso un luogo detto Arenorio sur un monte che ancora al tempo del narratore della leggenda si chiama Cavallo Morto. Si favoleggia anche come Aleramo volle prima della gran corsa ferrare il cavallo; e che non trovando gli strumenti a cio, adopero un mattone, che nel volgare del Monferrato e detto "Mun"; e cosi il cavallo fu ferrato "Frrha", onde il nome "Munfrrha" da cui Monferrato >> |
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